Indice  

Basilica S. M. a Pugliano - Chiesa S. M. della Consolazione - Chiesa di S. Caterina - Chiesa S. M. del Pilar - 
Cappella San Giacomo - Chiesa di S. Vito - Chiesa del Salvatore (al Vesuvio) - Chiesa del S. Cuore al Genovese - Cappella Campolieto - Cappella Aprile (già Riario) - Cappella Favorita - Cappella Passaro - Cappella Signorini -  Cappella Durante - Cappella De La Ville - Ritiro Correale - Cappella De Bisogno -
 Cappella Addolorata a Croce di Monti - Cappella Arcucci - Chiesa SS. Salvatore di via Panoramica - 
Cappella Penna - Parrocchia Santa Maria di Loreto - 



Basilica Santa Maria a Pugliano 

 Basilica Santa Maria a Pugliano

Sullo sfondo della piazza omonima c'è la Basilica di S. Maria a Pugliano, il più antico santuario della zona vesuviana; un tempo era anche uno dei più celebri di tutta la Campania. Fonti sicure ci documentano l'esistenza e la celebrità del santuario almeno a partire dall'XI secolo. La chiesa è Basilica Pontificia dal 1574. 
Il toponimo «Pugliano» forse deriva dal greco ampelòn (vigna, vigneto), al quale si ricollega anche il nome di <<Ampellone». Nella forma attuale la basilica è del Cinque-Seicento, ma della facciata originaria resta solo il bel campanile.
 L'atrio a tre arcate è stato rifatto in epoca recente. Nella cella campanaria ci sono tre splendide campane, la più grande delle quali è al centro: pesa quattro tonnellate, fu fusa con l'offerta, da parte di re Ferdinando II di Napoli, di 1.100 libbre d'oro e con tutti gli oggetti in argento del "Tesoro di Pugliano", ormai deteriorati e perciò non più in uso. Questa grande campana reca l'immagine trecentesca della Madonna di Pugliano.
 Nell'atrio, sulla parete sinistra, una lapide in latino ricorda le «grandi indulgenze» concesse da papa Gregorio XIII nel 1579; un'altra lapide ricorda la visita che Pio IX fece al santuario nel 1849: il papa celebrò la Messa a Pugliano e poi regalò una pianeta riccamente lavorata in oro. 
Sulla parete esterna destra del santuario c'è un portale murato, che forse era l'antico ingresso della chiesa; nel medaglione, al centro del timpano, c'è una Madonna con Bambino, scolpita nella pietra vesuviana, di grande valore storico: è del Cinquecento e potrebbe essere una delle più antiche immagini della Vergine venerata a Pugliano. (Per vedere il portale occorre oltrepassare un cancello, che è a fianco della torre dell'orologio). 
L'interno della Basilica offre una grande suggestione ed un soffuso raccoglimento. La pianta è a tre navate. Nella cupola più piccola è raffigurata la leggenda dello sbarco di San Pietro ad Ercolano, che avrebbe convertito un certo Ampellone. Nella chiesa, comunque, ci sono numerose testimonianze del culto a San Pietro. 
Sull' altare maggiore, in un'artistica edicola ricca di policromi marmi, è la trecentesca Madonna di Pugliano, una stupenda scultura in legno.
 La statua della Madonna di Pugliano rappresenta S. Maria delle Grazie. Alla base ci sono due angeli ('500). La scultura per anni fu ricoperta da una veste che la sfigurava e nascondeva questo autentico capolavoro di arte popolare (locale o, comunque, campana). Solo nel 1975, in occasione del 1° centenario dell'incoronazione, fu possibile eliminare la veste; nella stessa occasione il capo della Vergine fu ornato con una nuova corona, che ricalca quella sottostante di legno, a foglie trilobate, dette «fragole angioine». Di tutta la composizione è davvero un capolavoro la testa: una bellissima, serena, soave testa di regina, che non sfigura accanto ad altre rappresentazioni della Vergine più celebri; a noi ricorda il modellato di altre statue contemporanee di Napoli. Secondo Raffaello Causa la statua di Pugliano è il «capostipite di un gruppo serrato, estendentesi dal Napoletano fin negli Abruzzi ».
 Ai lati dell'altare ci sono due teste marmoree di angeli; sugli ingressi del coro notiamo due statue in marmo del '500: a sinistra San Pietro, a destra S. Aspreno (primo vescovo di Napoli). 
Nella navata centrale si ammira uno splendido pulpito barocco, in legno di noce, riccamente scolpito. È del 1685. 
Nelle navate laterali ci sono delle cappelle, quasi tutte degne di rilievo.
 Nella navata destra la Cappella del Battistero è la prima. Sull'altare domina un quadro di buona fattura, raffigurante il Battesimo di Gesù (XVI-XVII sec.). La vasca battesimale è un antico “labrum”, cioè <<piccola vasca di marmo», adattata a battistero nel 1425: lo attesta l'iscrizione sull'orlo della vasca.
 Segue la Cappella di San Gennaro. Sulla parete sinistra è incisa la data 1631, l'anno della terribile eruzione. L'iscrizione della parete destra ricorda che la cappella fu restaurata nel 1906, per voto, dopo l'eruzione del Vesuvio. I due mediocri affreschi rappresentano San Gennaro che protegge Resina e San Gennaro che ferma la lava. Il busto del Santo nella nicchia dell'altare risale al sec. XVII.
 La Cappella di San Sebastiano fu iniziata nel sec. XVI e completata nel 1767. L'altare risale al 1576 e fu edificato come ex voto per lo scampato pericolo della peste dello stesso anno. Sull'altare maggiore la tela raffigura la Vergine, San Sebastiano e San Rocco; sui pilastri d'ingresso c'erano due statue in legno del Cinquecento: S. Pietro e S. Aspreno (attualmente spostate nel coro). Sulle pareti laterali, in bassorilievo, sporgono due quadrelle molto antiche: a sinistra il Ciborio, a destra la Resurrezione.
 Segue la Cappella del Crocifisso nero. Si può ammirare sull'altare questa pregevolissima scultura in legno (XIII-XIV sec.), forse l'opera più significativa della Basilica. Bellissimo, in particolare, è il volto del Cristo. Nel "Catalogo della Mostra di sculture lignee della Campania" (Palazzo reale di Napoli, 1950), si afferma che il Crocifisso di S. Lorenzo Maggiore di Napoli «conserva il non sopito ricordo dei modelli del più antico gruppo trecentesco napoletano (Crocifisso di Pugliano, di Cimitile, del Gesù Vecchio, di S. Chiara e di S. Restituta)».
 Dopo la Cappella del Sacro Cuore entriamo nella Cappella della Maddalena. Una fascia in legno, sull'altare, reca dipinte le Teste dei dodici Apostoli; la grande tela rappresenta la Crocifissione, sormontata da una tela più piccola, la Deposizione di Cristo. Un eccezionale valore storico e artistico ha la cosiddetta Madonna di Ampellone o Madonna antica (come si ricava dalla sottostante iscrizione in latino sulla parete destra). Fino a non molto tempo fa si credeva che fosse una tavola bizantina del IX secolo, in realtà è una tela incollata su legno. La composizione, rigorosamente assiale, è di una serena, incantevole grazia. Recentemente è stata fatta l'ipotesi che la nostra tela sia del '700 e che la tavola originaria si trovi a Napoli, nell'Arciconfraternita «S. Maria Mater Dei» ai Miracoli. 
Nella navata sinistra, dopo la Cappella della Madonna del Carmine e quella di S. Anna (rivestita di splendidi marmi), entriamo nella Cappella di S. Antonio. Murati sulla parete destra ci sono due sarcofagi pagani di marmo. Il sarcofago che poggia sul pavimento è del II sec. d. C.: nel riquadro rettangolare è una croce patente (che si allarga, cioè, alle estremità); ai lati due colonnine e due grifoni con le teste raschiate. L'altro sarcofago è del IV-V secolo: nel cerchio è una croce patente (perfettamente incisa) ed un'iscrizione: “Crux adoranda per quam illuminatus est totus mundus. Ego Joannes Kaimaru aedificavimus” (Croce da adorare, per la quale è stato salvato tutto il mondo. Lo edificai io, Giovanni di Guaimaro (figlio di un duca di Napoli). Sotto il cerchio sono due coefore con le teste raschiate; la lastra, che presenta delle colonne ai lati, è decorata con strigliature. I sarcofagi furono donati alla Chiesa nel sec. XI, adattati ad altari fino al sec. XVI. 
L'ultima ampia cappella, costruita su un piano rialzato rispetto al pavimento della basilica, è la Cappella dello Spirito Santo. La tela dell'altare principale rappresenta l'ultima cena; il sovrastante affresco raffigura la S. Trinità: è del 1791, opera del pittore napoletano Angelo Mozzillo.
 Nella cappella vi sono altri quattro altari:
 1) Altare con la pala della Madonna del Rosario (sec. XVI). Ai piedi della Vergine è dipinto un sommario panorama di Resina nel '500 (opera, forse, di un altro pittore meno esperto): il borgo è dominato dal Monte Somma e dal Vesuvio; un fitto bosco circonda le case; sulla destra spicca il campanile della Chiesa di Pugliano, diverso da quello attuale). Al centro, oltre un grande pozzo, si nota una costruzione, detto poi Monumento dei «Colli Mozzi», che si trovava nell'attuale Piazza Fontana; le statue acefale, però, furono aggiunte in epoca posteriore: nella pala del Rosario le statue sono tre (quella centrale è più alta ed è alata).
 2) Altare con la tela di S. Veneranda (sec. XVII). Sulla base, a sinistra, ritroviamo il monumento della pala del Rosario: sul porticato a tre archi, stavolta con merli, sono i «Colli Mozzi» (sono forse le statue dei proconsoli romani prelevate, già senza testa, dagli scavi di Ercolano). Nel 1792 una monumentale fontana (anch'essa scomparsa) sostituì il monumento ormai in rovina. Le quattro statue dei «Colli Mozzi» sono nel Museo Nazionale di Napoli; il tronco della grande Sirena di marmo che la ornava fu collocata nel Palazzo comunale; una lapide della stessa fontana è conservata nella sagrestia della chiesa di S. Caterina. Sul lato destro della tela di S. Veneranda è raffigurata una sirena, lo stemma dell'antica Resina.
 3) Altare di S. Massimo, detto anche altare delle reliquie, che si dice prelevate anche dai Luoghi Santi; in un'urna è conservato il corpo di S. Massimo che – lo attesta un'iscrizione - fu trasportato qui nel 1655, prelevato dal cimitero di S. Ciriaca.
 4) Altare con la tela di S. Carlo Borromeo. Notevole, infine, una scultura in legno di S. Francesco.
 La Cappella dello Spirito Santo fu sede di un'antica confraternita; sulla sinistra è l'ingresso all'Arciconfraternita della SS. Trinità. 
Il Coro, dietro l'altare maggiore, è interamente di legno. Sulle pareti, in alto, ci sono grandi quadri del '700 che rappresentano episodi della vita di S. Pietro: quello sull'ingresso del coro rappresenta il battesimo, da parte di S. Pietro, del leggendario Ampellone. 
La Sagrestia contiene solidi armadi di noce, che presentano colonnine e capitelli in stile composito. L'imponente opera è del '600. In alto, sulle pareti, sono sistemati numerosissimi ex voto, che attestano la celebrità del santuario fino a non molto tempo fa. 
Nell'archivio della Basilica sono conservati i registri di battesimo che risalgono al 1576, anno in cui S. Maria a Pugliano fu eretta a parrocchia, l'unica, per lunghi anni, non solo di Ercolano, ma anche della vicina Portici. 
Usciti dalla sagrestia, notiamo sulla parete destra, una grande lapide, che ricorda l'incoronazione della Madonna di Pugliano, decretata dal Capitolo Vaticano, ed avvenuta il 13 agosto 1875. 
Il santuario, come abbiamo avuto occasione di desumere più volte, fu uno dei più noti e visitati, fin dall'antichità. 
Aggiungiamo ora qualche altra notizia: nel 1076 una nobildonna napoletana lasciava nel suo testamento «at S. Maria at Pugnanum tari 8».
 Alla fine del sec. XIII Carlo III lo Zoppo fece dei donativi alla chiesa, tra i quali un prezioso messale in lettere gotiche. Il patrimonio di S. Maria a Pugliano, composto dalle offerte dei fedeli, da donazioni di privati e da «diritti» vari, era amministrato da governatori laici, detti “Estauritari”. L'attività dei Resinesi aveva come centro questo santuario: anche la «festa di ferragosto» fonde il momento civile con quello religioso. Dal 13 al 16 agosto, infatti, si tengono dei festeggiamenti, un tempo molto rinomati: il momento religioso culmina con la festività dell'Assunta (alla quale, erroneamente, si credeva fosse dedicato il santuario); il momento civile corrisponde alla celebrazione del «Riscatto baronale», avvenuto il 14 agosto 1699, pagando 35.333 ducati al marchese di Monteforte, Mario Gioffredo. Ricordiamo che Resina, Torre del Greco, Portici e San Giorgio a Cremano costituivano la cosiddetta «Baronia di Castellania», creata dalla regina Giovanna II d'Angiò-Durazzo (morta nel 1453), passata poi ai Carafa ed in seguito ai Caracciolo. Il riscatto complessivo di questa vasta zona vesuviana ammontò a 104.983 ducati.  
TRADIZIONI L'unica ricorrenza che a Ercolano meriti davvero l'appellativo di tradizione è la cosiddetta festa del 15 agosto, che più propriamente dovrebbe essere chiamata la «Festa di ferragosto»: si svolge dal 14 al 16/17 agosto. La festa è di origine antica e ricorda il riscatto baronale di Resina, avvenuto il 13 agosto 1699.
 Tra le varie attrazioni i fuochi d'artificio occupavano il primo posto: un tempo erano tra i più rinomati del napoletano. Molto suggestivo era il cosiddetto incendio del campanile di S. Maria a Pugliano. Un tempo si sparava la "diana", una lunghissima sequenza di botti, che poco dopo l'alba si snodava attraverso un preordinato percorso cittadino. 
Le strade vengono adornate con artistiche luminarie; i marciapiedi sono invasi da mercanzie di ogni genere; è antichissima, tra le altre, l'usanza di consumare, in improvvisate tavole calde all'aperto, frattaglie, polpi lessati, zuppe di cozze o di lumache, «caponate» (pane biscottato condito con olio, cipolle, acciughe, olive, capperi, erbe aromatiche). 
Parallelamente ai festeggiamenti civili si svolgono nella basilica i riti religiosi in onore della Madonna. La trecentesca statua della Vergine viene portata in solenne processione ogni venticinque anni, in concomitanza con l'Anno Santo. 
Fino ai primi anni del dopoguerra si soleva rappresentare nel periodo pasquale il “Sacrificio di Abramo” su palcoscenici improvvisati.
 Per molti anni si è affermato anche il Presepe vivente: nel giorno dell'Epifania, attraverso le principali vie cittadine, si svolgeva una complessa rappresentazione in costume di «Erode e i Magi». 

Da Basilica S. M. P.

Il Campanile punto di riferimento per naviganti
                                      
 Storia di Ercolano e Resina

                                                   Chiesa Di Santa Maria
                                                   della Consolazione

   Chiesa di Santa Maria della Consolazione

Nota come chiesa di sant'Agostino, risale al 1613, si trova nel Comune di Ercolano. Nei suoi pressi avvennero i primi rinvenimenti della città romana distrutta dall'eruzione del Vesuvio assieme a Pompei. 
Come viene testimoniato nelle pagine "Della Regale accademia ercolanese dalla sua fondazione" di Giuseppe Niccolò e F. Castaldi, del 1840 "un agricoltore gli riferì, che nel vicino Comune di Resina poco dopo la chiesa di S. Agostino, mentre cavava un pozzo in sua casa, aveva rinvenuto frammenti di marmo, che mostrati al principe piacquero, e furono accettati. Il famoso pozzo, di cui è parola, ex qua prima con sepultae urbis rudera, et signa cuerserunt al dir degli accademici ercolanesi nella pianta topografica dell'antica Ercolano inserita nella dissertazione Isagogica, è situato 70 passi circa dopo la indicata chiesa di S. Agostino nella strada regia, e precisamente nel giardino della casa segnata col numero 18 appartenente ora ad Angelo Gervasio." 
A quell'epoca la chiesa veniva detta di sant'Agostino in memoria e onore dei Padri Scalzi Eremitani Agostiniani che si erano stabiliti a Resina prima del 1600. Il luogo esatto dove venne "cavato" il pozzo si trova a oriente della chiesa. 
L'area di proprietà del Convento con gli orti si spingeva fino al mare. 
La proprietà era delimitata a ovest dalla Strada Cecere, vicinissima al giardino del Palazzo Reale. Verso la costa il limite della proprietà era segnato dalla strada marittima, detta anche costiera. 
La chiesa detta di sant'Agostino è nota per la ricchezza delle opere d'arte in essa contenute, in parte trafugate di recente, per i preziosi marmi e soprattutto per l'architettura barocca. Il complesso fu edificato su un terreno che era detto "Le Camere". Il toponimo richiama probabilmente l'esistenza di ambienti ipogei che forse erano comunque noti prima della scoperta della città romana. Quel terreno, compreso le abitazioni, i giardini, un uliveto e le fontane, ancor prima di venir destinato all'uso religioso appartenne ad un nobiluomo di Resina, don Alfonso Sanchez de Luna. La storia ci attesta che nel 1609 questi possedimenti furono acquistati da Scipione de Curte, un ricco borghese di Napoli. Venuto in possesso di questo appezzamento e dei beni immobili che conteneva, volle abbellirli creandovi dei percorsi e dei giardini ricchi di vegetazione e piante rare. Il 4 Gennaio 1613 il De Corte donò ai padri Agostiniani Scalzi tutta la proprietà, ponendo una sola condizione: che su quel terreno venisse edificata una chiesa ed un Convento che potesse ospitare dodici frati. Così su quello splendido appezzamento di terra venne edificato uno dei più importanti complessi ecclesiali che la Strada Regia delle Calabrie avesse mai avuto. Durante il periodo Borbonico, proprio nei pressi della chiesa sul lato nord della Strada Regia venne rinvenuta una pietra miliare. Una miliare che segnava il sesto miglio da Napoli e che risaliva all'imperatore Adriano (76 - 138). 
Successivamente nel periodo napoleonica i frati vennero cacciati dal convento. Nell'abbandono della struttura molte opere d'arte vennero trafugate. Nel 1815 il complesso venne rilevato dai monaci di S. Martino di Napoli e nel 1836 passò ai padri di S. Vincenzo de' Paoli. 
Molto importanti restano ancora oggi le decorazioni del soffitto e l'altare marmoreo. Tra le tele importanti va ricordata La fuga in Egitto, che molti critici attribuiscono allo Zingarelli. Qui lavorò Luca Giordano dipingendo la bellissima tela di sant'Agostino e il dipinto della Vergine. La navata centrale è ornata in alto da un soffitto con affreschi ottocenteschi incorniciati da decorazioni a stucco di colore bianco o dorato di Gennaro Palumbo. Quattro sono gli altari secondari ed in esse sono contenute opere di grande valore artistico attribuite a Giordano e a Solimena. In un contesto di particolare armonia, lo spazio centrale della chiesa ospita una copia seicentesca di un dipinto su tela, di epoca bizantina raffigurante la Madonna della Consolazione, da cui la chiesa prende il nome. 
Chiesa agostiniana Ercolano
 
Storia di Ercolano e Resina


Chiesa di Santa Caterina

 

Chiesa di Santa Caterina, Corso Resina, 144 Ercolano 

ll primo nucleo della Chiesa di Santa Caterina sorgeva, già nel 1560, al largo della fragolara, lungo l'antica strada consolare. 
Situata in una zona centrale del paese, la chiesa, che coadiuvava con la parrocchia di Pugliano, accoglieva un gran numero di fedeli, tuttavia, come si evince dagli atti delle visite pastorali degli arcivescovi napoletani, era anche un luogo esposto ad ogni tipo di profanazione. Tra 1608 è il 1811 il tempio, ormai diventato un deposito di botti di vino e cumuli di paglia, fu chiuso al culto e le chiavi furono consegnate a parroco di Pugliano. Nel 1629, in seguito alla richiesta avviata da alcuni resinesi all'arcivescovo Paolo Burali di Arezzo, fu eretta, poco distante dalla vecchia, una nuova chiesa con la facciata rivolta verso Napoli. Nei primi anni dell'Ottocento, per favorire la costruzione della strada che da Resina si estendeva fino alla Favorita, fu necessario demolirla e le basi del nuovo tempio furono gettate nel 1797 nel luogo detto "la fontana". 
I lavori, interrotti a causa dei disordini seguiti all'avvento della Repubblica partenopea (23 gennaio - 23 giugno 1799), furono ripresi con il definitivo ritorno dei Borboni, nella 1822 e la chiesa fu aperta al culto nell'ottobre del 1827. 
Il 20 novembre 1925 la Chiesa fu elevata a parrocchia.
L'interno con soffitto a botte e pavimento in marmo, è a tre navate divise da due file di sei colonne di stile corinzio per lato. In fondo alla navata centrale è l'abside, sulla quale si svolge una volta a calotta finemente decorata da stucchi bianchi e dorati.
L'altare maggiore, in marmo intarsiato, è dedicato a Santa Caterina di Alessandria, la cui statua marmorea donata nel 1905 da cav. Leopoldo dell'Aquila, di autore ignoto, è collegata su un artistico tronetto che ricorda gli antichi templi della sepolta Ercolano.
La santa avvolta in un ampio mantello, reca sul capo la corona regale, la mano destra poggiata su una mezza ruota regge la palma del suo martirio. Con la mano sinistra sostiene una spada, e con il piede schiaccia la testa dell'imperatore Massenzio.
Alla destra dell'altare è il Battistero in marmo sul quale è una scultura in bronzo raffigurante Il Battista, opera dello scultore napoletano Chiaramonte (1926).
Le navate laterali accolgono edicole ed altari.
 Luoghi Sacri di Ercolano 

  Storia di Ercolano e Resina


Chiesa di Santa Maria del Pilar

Santa Maria del Pilar 


In uno degli angoli più suggestivi del Miglio d'Oro, sorge la chiesetta di S. M. del Pilar.
Questa cappella fu costruita, intorno alla metà del Settecento, di fronte alla villa del grande giureconsulto Giuseppe Sorge. Scrive l'avv. Vincenzo Gaudino: «Mentre si costruiva la detta chiesa, il nominato sign. Sorge Giuseppe faceva prestito alla Regina di Spagna di centomila scudi e la sovrana, per fare cosa grata a Sorge, gli donò un quadro di gran valore con l'effigie di S. Maria del Pilar, da cui prese nome la chiesa». Da sempre però la chiesetta è chiamata dalla popolazione Cappella 'o Sórece, palese corruzione di «Cappella (che si trova nel luogo denominato) Sorge». L'Alagi, che ha attinto notizie più precise dal Fondo Erezioni di Chiese dell'Archidiocesi di Napoli, riferisce che dagli Atti di S. Visita del 7 ottobre 1748 risulta che detta cappella era <<sitam in pertinentiis Casalis Resinae huius Nea- politanae Diocesis, et proprie e conspectu Palatii magnifici Advocati D. Josephi Sorge, aedificatam pariter in solo praedicti D. Josephi, ibique». Sebbene piccola l'interno presenta una sola navata con la volta a botte, S. Maria del Pilar ha da sempre attirato l'attenzione degli storici dell'arte come dell'uomo della strada: infatti, la caratteristica facciata di piperno, il trionfo degli stucchi (che fanno di questo tempio << uno degli esempi più cospicui del barocco napoletano ») e i marmi policromi dell'altare costituiscono ancora oggi, come ieri, una gioia per gli occhi e, insieme, una tappa obbligata per chiunque intenda approfondire le sue conoscenze sulla grande stagione del barocco nostrano. Da ricordare infine che la chiesa, con decreto del Cardinale Alessio Ascalesi, divenne parrocchia
dicembre 1930
Da Resina ad Ercolano

Storia di Ercolano e Resina

Cappella San Giacomo

Cappella San Giacomo

I resinesi avevano una particolare devozione per l'apostolo Pietro, che una pia quanto fallace tradizione vorrebbe sbarcato a Resina durante il secondo viaggio in Italia. Ma sembra che anche l'apostolo Giacomo godesse di altrettanta venerazione, se è vero come riferiscono i documenti conservati presso l'Archivio Diocesano di Napoli, che <<da più secoli>> esisteva a Resina una cappella dedicata a S. Giacomo, davanti alla cui immagine <<ogni sera da devoti, et fedeli di detto Casale> si accendeva <<la lampa>>. Tale cappella era di patronato laico, dato che S. Giacomo veniva ritenuto protettore di Resina. Essa, vetusta per antichità, fu visitata dal cardinale Gesualdo nel 1599 e dal cardinale Filomarino nel 1645. Quest'ultimo per averla trovata <<diruta>> e considerato che gli Estauritari di Pugliano non potevano restaurarla per scarsità di <<entrada>>, ordinò che venisse <<profanata>>.
La peste del 1656 complicò ulteriormente le cose e la chiesetta andò in rovina, pur non essendosi mai eseguito il decreto di profanazione. Così stava la situazione quando nel 1710, Gennaro Perna e Sebastiano Scognamiglio, <<mastri della chiesa di Pugliano>>, fecero <<Istromento di censuazione d'una cappella sotto il titolo di S. Giacomo nel Casale di Resina>>, e il censuario, che si chiamava Agostino D'Auria, cominciò <<a fabbricare>>.
 Lo scopo era quello di adibire la chiesetta a «Magazzeno». Ma «li gridi, et strepiti de' fedeli di detto Glorioso Santo» impedirono che i lavori di costruzione andassero avanti, per cui la cappella «<restò nel medesimo modo, che per prima stava». Intervennero per fortuna, anche gli eletti di Resina che, dopo aver ottenuto dalla Curia il permesso di organizzare una questua, provvidero non solo a restaurare ed abbellire il tempietto ma lo fornirono anche di tutti i paramenti necessari per la celebrazione della messa. Ora, volendo i suddetti maggiorenti del paese amministrare la cappella così come facevano con la chiesa di Pugliano, cioè delegando a tale funzione «li Mastri particolari», pregarono, mediante apposita istanza, il Vicario generale della diocesi di far visitare la cappella da un prelato all'uopo delegato, perché si procedesse alla benedizione della stessa. L'interpellato vista la domanda, preso atto dell'obbligo assunto dai suddetti davanti al notaio Geronimo Domenico Imparato (atto del 27 dicembre 1728), visionati pure tutti i documenti relativi- decretò che la cappella fosse benedetta da un canonico di sua scelta, allo scopo di potervi far svolgere le sacre funzioni. Agli Estauritari di S. Maria a Pugliano fu concesso anche di nominare, anno per anno, i maestri e governatori della chiesetta di S. Giacomo, purché la stessa rimanesse soggetta in toto alla giurisdizione della Curia. Il 24 luglio 1729, il canonico Stanislao Policastro si recò in visita alla cappella, accompagnato dal sacerdote Giovanni Andretta, cancelliere del Tribunale di S. Visita. Trovatala bene «costrutta» e fornita di tutte le suppellettili sacre, in modo tale che vi si potesse ufficiare il divino sacrificio, la benedisse. Ed ecco l'inventario dei beni rinvenuti in quell'occasione: un calice con patena d'argento indorata; un velo di seta di più colori; una pianeta di seta di più colori con guarnimento anche di seta; una stola e un manipolo, due camici; due amitti di tela fina e due cingoli; due «fazzoletti per sopra il calice>> di tela bianca; undici purificatori anche di tela bianca; due tovaglie per l'altare, una di tela bianca guarnita con «pezzelli>>, e l'altra di tela di lino bianco ugualmente guarnita con «pezzelli»; due messali, uno per uso della messa di requie e l'altro dei santi; un paliotto con cuscino di seta di più colori; una croce per l'altare; dieci candelieri, sei grandi e quattro piccoli, indorati; otto vasi indorati; otto frasche, quattro grandi e quattro piccole, inargentate>>; due acquasantiere di marmo bianco; due campanelli, uno grande e l'altro piccolo; un inginocchiatoio; un Crocifisso; uno stipo dietro l'altare per la conservazione delle suppellettili; un dipinto raffigurante S. Giacomo, con cornice indorata. Negli atti di Santa Visita (1743) del cardinale G. Spinelli si legge: «In mezzo del medesimo paese (Resina) vi è un'altra cappella col titolo di S. Giacomo, nella quale è un solo Altare di fabbrica, ed il santo sta effigiato in tela, ed oltre il quadro v'è la statua di legno di esso santo con la sua reliquia autentica e vi sono le Indulgenze plenarie, e la festa si fa da un Governatore che v'è, e si elige dagli Eletti di Resina pro tempore; tiene la sua campana mediocre proporzionata alla cappella e si suppone benedetta. In questa cappella non v'è sepoltura, ed ha il calice e patena, e tutto per la celebrazione della Messa». «Questa cappella, si legge ancora nella santa visita, non ha entrata annuale alcuna, e si mantiene con questua, che ogni giorno di domenica fa il Maestro di detta cappella, il quale si chiama Gioacchino Tammaro, il quale Maestro si elegge ancora dall' Eletti del medesimo Casale, e in detta Cappella vi si celebra ogni giorno di festa, e quasi ogni giorno feriale dalli sacerdoti del medesimo paese per comodità dei paesani»>. Nel 1854 il municipio di Resina cedette la cappella ai fratelli della Congregazione di Spirito (sotto il titolo di S. Luigi Gonzaga, in cambio di un'altra da loro posseduta nella «terra santa» comune della chiesa parrocchiale. Dagli atti di S. Visita del 1900 apprendiamo che la nostra cappella aveva un solo altare con pietra sacra, ciborio di marmo e porticina d'argento, calice e pisside. Sovrastava l'altare un'immagine della Madonna delle Grazie, fiancheggiata da due nicchie con le statue in legno di S. Giacomo Apostolo e di S. Luigi Gonzaga. La cappella non aveva rendite, vivendo di elemosine e di offerte dei fedeli. Gli iscritti pagavano lire 25 al mese per le spese di esequie e suffragi. Quando vi erano stati i mezzi, si era fatta la processione di S. Luigi Gonzaga, preceduta da un triduo di predicazioni. Si trovavano nella cappella sei grandi reliquiari dei seguenti santi: S. Felice, S. Candido, S. Amanda, S. Beato, S. Grazioso e S. Vittore, tutti martiri, dei quali però non esistevano le autentiche canoniche. Con decreto del 15 novembre 1935, il cardinale Alessio Ascalesi approvò la delibera che sanciva la trasformazione da Congrega di Spirito a Confraternita di Sacco. La nuova forma associativa consenti agli iscritti di poter praticare anche opere di mutuo soccorso e stabilire benefici per le onoranze funebri. Il riconoscimento giuridico degli scopi prevalenti di culto e il testo del nuovo statuto furono oggetto del regio decreto del 14 marzo 1938 n. 645, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 125 del 3 giugno 1938. La Confraternita, pur mantenendo una discreta vivacità, non hai mai contato un numero elevato di affiliati. Da alcuni decenni, rimasta quasi priva di iscritti, è amministrata da un commissario arcivescovile. Da segnalare il furto avvenuto nella notte del 25 febbraio 1981, con la perdita della tela sull'altare, di buona scuola pittorica, degli oggetti sacri e di altro prezioso materiale. Tra i sacerdoti che zelarono il sacro ministero nella cappella vanno almeno segnalati: don Ciro Accardo (1871-1943), don Giuseppe Fiengo (1869-1936), dottore in sacra teologia, e don Liberato Coppola.
Chiese e Cappelle di Ercolano


       Storia di Ercolano e Resina



                                                      Chiesa di San Vito

 Chiesa di San Vito.

La fondazione della chiesa si deve al sacerdote Vito Antonio Cozzolino di Battimo che nel secondo quarto del XIX secolo, dopo aver ricevuto in dono dal magnifico Cesare Niglio, un terreno di mezzo quarto di moggio in località Fosso Grande vicino le Novelle, decise di costruire una nuova cappella in sostituzione del piccolo oratorio, posto nella sua masseria, in cui si celebrava la messa per i fedeli della contrada. Dedicata a San Vito Martire, la chiesa, che si ritrova a 180 metri sul livello del mare, fu edificata a partire dal 1749. Al 1888 risalgono gli interventi più significativi: per merito dei cugini Dionigi e Andrea Cozzolino, entrambi sacerdoti, fu rifatto il nuovo abside, aggiunto il braccio di crociera nella parte sinistra, e ricostruito l'altare in marmo. Nel corso del Novecento la chiesa è stata più volte rimaneggiata: nel 1963 il rettore don Luigi Sannino, grazie anche ai finanziamenti ricevuti attraverso le donazioni dei fedeli, fece sostituire il vecchio pavimento, decorare in marmo le pareti della navata ed affrescare il soffitto. Nel 1983, infine, con lo spostamento dell'altare verso il pubblico, e con l'acquisto di nuovi locali, la chiesa ha assunto l'aspetto che tutto rappresenta allo sguardo del visitatore. 
La chiesa è sopraelevata rispetto alla strada ad unica rampa, la facciata in stile barocco è opera di abili stuccatori resinesi. A sinistra della facciata si ammira il campanile con due campane.
L'interno a navata unica, ha braccio di crociera dalla parte sinistra. Il soffitto a botte eterodossa curva é affrescata da dipinti eseguiti dal prof. Carmine Adamo. Nelle vele della prima volta sono rappresentate le virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza, nella seconda le virtù teologali, fede, speranza e carità.
 Sul lato destro, in una nicchia è l'antica statua di San Vito (1900). Il volto è molto espressivo. Lo sguardo rivolto verso l'alto, l'espressione estatica, e la mano destra poggiata lievemente all'altezza del cuore, suggeriscono l'idea che egli sia pronto per l'ascesa verso il mondo divino. Dal punto di vista iconografico, il santo, avvolto in un mantello rosso con bordo in oro, ¿ raffigurato come un giovine vestito con una corta tunica azzurra ed una corazza dorata con bordi. Ha in testa una corona d'oro e reca nella mano destra la palma, simbolo del suo martirio, con la sinistra tiene al guinzaglio due cani, che mansueti, gli rivolgono lo sguardo. In fondo alla navata è l'organo, A sinistra, un'altra nicchia ospita la statua di S. Antonio da Padova risalente all'inizio del Novecento. Proseguendo cede nel braccio di crociera dove si ammira la statua dell'Immacolata Nell'abside è l'altare in marmo sul quale troneggia il quadro raffigurante l'Immacolata circondata da angioletti che le sostengono il manto, ai suoi piedi S. Giovanni Battista, San Vito Martire e S. Antonio Abate.
Guida ai Luoghi Sacri di Ercolano

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Chiesa del Salvatore al Vesuvio

 Chiesa del Salvatore al Vesuvio

La storica chiesina del Salvatore al Vesuvio è stata edificata nel 1667 sulle pendici del vulcano, a quota 610 m. sul livello del mare. Nel lontano 1656 Napoli, le province e altre regioni confinanti furono colpite dalla peste; Resina fu tra i casali più colpiti riportando numerose vittime. In molti, per scampare dalla pandemia, si rifugiarono sulle pendici del Vesuvio per respirare aria salubre tra la natura del vulcano, dove preesisteva un piccolo Eremo luogo di orazioni e penitenze di anziani eremiti laici. Nell'agosto dello stesso anno improvvisamente i decessi cessarono e, con essi, avvenne la fine della peste. I resinesi scampati al pericolo per testimoniare la loro riconoscenza verso il Salvatore (Gesù Cristo) che li aveva protetti e salvati dalla triste sorte, decisero di edificare con obolo personale una Chiesina completa di dimora per il sacerdote officiante. La facciata della Chiesetta è caratterizzata da due grossi riquadri al centro dei quali insistono un finestrone nella parte alta e il portale d’ingresso in basso, veste una dignità stilistica semplice. Tra la cappella e la canonica una piccola torre dove svetta ancora la campana in bronzo; un finestrino funge da lucernario. L'interno si presenta con un'unica navata lunga 14 metri e larga 7 metri. Entrando, sulla destra sono presenti due cappelle, la prima dedicata a San Gennaro Martire e la seconda dedicata a Sant'Anna. Sulla sinistra, invece, troviamo altre due cappelle, una dedicata a Sant'Antonio di Padova, la seconda ospita un olio su tela raffigurante la Madonna di Pompei. Nella parte bassa dei singoli altari è posta una lista in marmo col nome dei benefattori per la loro espressa devozione. Alle pareti tra gli altari laterali due formelle di pietra lavica di cui una reca impresso lo stemma papale, l'altra reca la seguente scritta: A Ricordo Dell'Ascensione al Vesuvio di sua Santità Pio XI nella notte del 31 Dic. 1899. Al centro, in fondo alla navata, si erge l'Altare Maggiore in cemento armato lavorato con ricchi stucchi. La nicchia sul tabernacolo accoglie la seicentesca statua lignea del Salvatore ed è abbellita da due colonne con capitelli in stile corinzio. Ai lati dell'altare due angeli. Sul pavimento al centro della navata una lapide ricorda che la chiesa è espressione del voto degli scampati dalla peste bubbonica e dove il rettore mons. Borrelli raccolse le ossa degli appestati. La canonica si compone: di un piano terra e un primo piano; ha bisogno di restauro conservativo dopo lunghi anni di abbandono. 
La chiesina è attualmente inserita nel parco dell’Osservatorio Vesuviano. 
Sull’architrave dell’ingresso il motto: IN MEDIO IGNIS NON SUM AESTUATA (In mezzo al fuoco non sono bruciata).

Anno 2023 grazie all'impegno di Don Aniello Gargiulo parroco della Basilica Santa Maria a Pugliano, la chiesetta è stata restaurata.


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                 Chiesa Del Sacro Cuore al Genovese                                         

Chiesa del S. Cuore

Nel 1905 i fratelli Agostino ed Antonio Imparato edificarono a proprie spese, nella loro proprietà sita nella contrada della campagna di Resina detta Viulo, una chiesetta sotto il titolo del S. Cuore di Gesù, obbligandosi, per il mantenimento della messa festiva e spese di culto. 
La cappella edificata sulla strada vecchia dell'Osservatorio contrada Viulo.
Il 2 dicembre 1937 il cardinale Ascalesi si recò in visita alla chiesa, accolto dal parroco e da rappresentanze della Pia Unione dei Paggi, che gli offrirono fiori. Erano anche presenti altri sacerdoti, tra cui il rettore della chiesa di S. Vito.
Dagli atti conservati presso l'archivio Diocesano di Napoli ricaviamo che la parrocchia aveva una sola navata con cantoria e pulpito fisso, in ottime condizioni, nonché due altari di marmo, di cui il maggiore dedicato al S. Cuore, titolare, e l'altro l'Immacolata. Un bel campanile costruito nel 1936, segnalava la sua presenza nella vasta campagna.
Nel 1980, ricorrendo il cinquantesimo anniversario dell'erezione a parrocchia, il tempio è stato ampliato ed arricchito di altri locali. La chiesa, nella sua semplicità, si presenta bene: consta di una sola navata, la volta a botte, con stucchi sulle pareti, che rendono attraente ed accogliente; sulla volta ci sono decorazioni a stucco e a pitture.
Il trono eucaristico è in marmo pregiato; anche l'altare è in marmo, semplice, ma decoroso.
La giurisdizione della parrocchia si estende sulle seguenti contrade popolate da cinquemila persone: via Palmieri, via S. Vito, via Semmola, Croce di Monte, Morta Viola, Parco delle Mimose, Parco dei Cedri, Parco delle Ginestre, Parco delle Fresie.




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                                             Chiesetta del Duca di Casacalenda

                                                                                 (Villa Campolieto)

Villa Campolieto 

Costruita tra il 1755 e il 1775 per Luzio Di Sangro, duca di Casacalenda.
I lavori furono iniziati da Mario Gioffredo, al quale si deve l'impostazione del fabbricato che si articola intorno ad un grandioso atrio coperto, che divide a sua volta gli ambienti in quattro nuclei opposti secondo e diagonali.
Nel 1760, costretto ad abbandonare l'opera, Gioffredo fu sostituito prima dal <<regio ingegnere>> Michelangelo Giustiniani e poi da Luigi Vanvitelli. Alla decorazione degli interni del palazzo, il celebre architetto chiamò due pittori attivi a Napoli nella seconda metà del Settecento; Fedele Fischetti e Iacopo Cestaro. Al Dal Re si debbono invece, le decorazioni e le architetture di cui sono dotate le volte dei vani.
 Influì sul decoro della villa anche la pietà religiosa del fondatore, che, tra il 1758 e il 1759, fece costruire una cappella gentilizia, ubicata sulla sinistra dell'androne verso la strada. I lavori di intaglio furono eseguiti da Francesco Fiore; la <<ferriata dell'occhio>>, dal maestro ferraro G. Celentano; <<il bancone e quattro genuflessori, l'intero confessionale, tre spalliere ali genuflessori, la tavoletta per il lavamano di legno, la porta che sta fuori dal colonnato, etc.>>, dal maestro falegname Antonio Checchi.
 Il 3 maggio 1759 Nicolò Francesco De Geronimo, su espresso mandato ricevuto dal vicario generale della diocesi, benedisse la cappella del duca di Casacalenda, dopo di che lo stesso vicario decretò che <<liceat, et licitum sit ibidem sacrosanctum Missae sacrificium celebrari>>. 
La chiesetta era frequentata da molti esponenti della colonia villeggiante, signori che rispondevano ai nomi di Vassallo, Galdo, Valminuta, Galante, Scalera, Franco, Ruggiero, Persico, Placido, Iodice, Battista, Cuocolo, Sorriento, Sorge, Cua, Filotico, Buono, Aprile, Arcucci, D'Angelo, Conte, Passaro etc.
Poi venne la catastrofe della seconda guerra mondiale, <<l'ora in cui sfumò il bello del luogo, la nota distinta di evolutezza>>. Resina fu invasa da stranieri di ogni razza, e la stessa villa Campolieto fu occupata da militari e carri armati che ne fecero scempio.
Anche la cappella andò incontro ad un triste destino. 
La villa Campolieto acquisita nel 1977 dall'Ente per la Ville Vesuviane, dopo sei anni di restauro è stata riportata al suo primo splendore e restituita alla pubblica fruizione.


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Cappella Aprile (già Riario)

Cappella Aprile

La prima villa che s'incontra, sulla sinistra lungo il percorso del Miglio d'Oro è la Villa Aprile già Riario Sforza, Nugent, Galante. Costruita nella seconda metà del Settecento da G. Riario Sforza.
La bella villa passò alla contessa Giovannina nipote di G. Riaio, la fabbrica subì nell'Ottocento significative trasformazioni sotto le direttive dell'architetto L. D'Angelo. Tal lavori interessarono anche l'annessa cappella.
 Un accenno alla cappella è presente anche nel testamento della duchessa Giovannina, depositata presso il notaio M. Pascarella il 4 maggio 1854, nel quale si dispose la celebrazione di una messa quotidiana da applicarsi in suffragio dell'anima sua.
 La villa pervenne successivamente al conte Gilberto Nugent, e da questo fu venduta poi ai Galante, fino a passare nel 1878 ai coniugi Pasquale Aprile ed Amelia Malatesta.
 Nel 1888 il novo proprietario volendo restituire al culto l'oratorio con la celebrazione di una messa quotidiana, chiese al vicario generale della diocesi, mons. Chiliberti, di dare le disposizioni opportune per la S. Visita e per la pubblica celebrazione della messa.
Il 7 luglio successivo il reverendo Gennaro Trama visitò la cappella, trovandola in piena regola: solo che, essendo la porta dell'oratorio all'interno del palazzo, conveniva apporre una piccola campana al muro della cappella prospettante sulla pubblica via, come pure imporre al titolare la chiusura dei due coretti laterali a livello del pavimento, permettendo esclusivamente l'uso del coretto superiore, ed a cui si accedeva mediante apposita scala.
 Il cav. Aprile accettò queste condizioni dichiarandosi obbligato a fornire alla cappella tutto ciò che fosse necessario per la celebrazione di una messa quotidiana, e ciò mediante l'assegnazione per detta cappella di lire settanta mensili, da prelevarsi dalle rendite del suo fondo. Inoltre egli si disse pronto a permettere l'accesso al pubblico <<per ascoltarvi la messa>>: la quale sarebbe stata annunziata dal suono di una campanella situata nel vano della finestra che metteva nella pubblica via. Infine si obbligò, anche per parte degli eredi e successori, ad attenersi agli ordini e alle prescrizioni dell'ordinario dell'archidiocesi di Napoli, nonché del parroco di Resina.
Il 22 settembre 1888 vista la domanda dell'Aprile intesa ad ottenere l'erezione di una cappella sotto il titolo dell'Immacolata Concezione (in precedenza c'era stato un quadro che raffigurava S. Maria delle Grazie); preso atto della dichiarazione del suddetto circa la relativa dotazione; esaminata la relazione del promotore fiscale del Tribunale S. Visita-il vicario generale Carbonelli concesse la facoltà della celebrazione di una messa quotidiana da parte di sacerdoti approvati dalla Curia di Napoli e conosciuti dal parroco locale, cosa possibile solo dopo la benedizione della cappella affidata a don Giuseppe Giancoli.
Infine, una nota della Curia del 29 maggio 1895 informò che >>mons. Vicario ha concesso la celebrazione solo nei giorni festivi togliendo l'obbligazione nei giorni feriali>>.
La santa Visita del 1900 accertò che le disposizioni impartite dalla Curia erano state effettivamente rispettate, in modo tale da far meritare ai coniugi Aprile un decreto di lode: <<Lodiamo i padroni perché nella visita nulla si è avuto a ridire, ed ogni cosa è stata trovata secondo le canoniche e sinodali disposizioni>>.
L'uomo pio (per tutta la vita conservò gelosamente tra le sue carte l'apostolica benedizione impartitagli dal Santo Padre in data 8 dicembre 1890), impegnato attivamente in campo sociale ( aveva, tra l'altro, prestato la sua opera in soccorso dei colerosi nel 1884) fino a diventare presidente nel 1914 di un'associazione volta a promuovere e favorire lo sviluppo dei comuni vesuviani, Pasquale Aprile non lesinò mezzi ed energie per rendere sempre più bella e accogliente la sua cappella, che nei primi decenni del Novecento fu frequentata o semplicemente visitata da uomini illustri, ospiti della villa, non ultimo il duca Gennaro Caputo, che occupava un appartamento a pianterreno sul lato sinistro dell'ingresso. E le stesse feste o danze periodiche nei saloni del pano nobile erano spesso organizzate a beneficio dell'<<Opera Cucine Gratuite>>, benemerita istituzione assistenziale voluta dal cardinale Sanfelice nel 1888.
Alla sua morte, avvenuta nel 1931, la villa fu ereditata dai figli Gustavo, Riccardo, Umberto, Amelia ed Armando. La cappella continuò ad essere punto di riferimento per un'intensa vita spirituale; poi come tutte le cose di questo mondo, andò incontro ad un lento ma inesorabile declino.
Il 6 ottobre 1937 l'oratorio fu visitato del cardinale Ascalesi, ricevuto dalla famiglia Aprile e dal cappellano, sac. M. Oliviero. Dagli atti relativi a quella visita ricaviamo che vi si celebrava la messa nei giorni festivi. L'altare era di marmo con custodia di metallo dorato. Su di esso, racchiusa in una custodia a vetri, c'era una statua dell'Immacolata. Un'altra statua, più piccola, e un reliquiario si trovavano dietro l'altare. Gli arredi: un calice d'argento, una pianeta bianca e la biancheria occorrente per la celebrazione della messa.
Le vicende dell'oratorio, specie quelle occorse in questo secondo dopoguerra, evidenziano avvenimenti simili a quelli delle altre ville patrizie della zona, per le quali si registra, purtroppo, un irrefrenabile processo di degrado e abbandono. Uno degli aspetti più odiosi di questo processo è lo scempio sistematico delle opere d'arte che il 31 ottobre 1993 ha fatto registrare per la nostra cappella il furto di vasi e lampade.
Al presente, non sappiamo se la progettazione delle necessarie opere di consolidamento e restauro della fabbrica, aventi per destinazione l'uso a struttura alberghiera <<dal carattere aulico e prestigioso>>, preveda il recupero dell'antico oratorio, ma tutto fa pensare che la pratica religiosa male si concili con le esigenze del moderno business.



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Cappella della Favorita

Cappella della Favorita

Nel 1893 dopo varie vicende la Favorita fu acquistata da Emilia Cito, principessa di Santobono, che desiderando riaprire al culto l'antica cappella esistente in essa, rivolse regolare istanza al vicario generale della diocesi perché desse le rituali disposizioni. Il documento reca la data del 28 luglio 1894 ed é anche il primo per quanto ci sia dato di sapere, che ci fornisca la notizia dell'esistenza della cappella, tacendo al riguardo quanti (Chiarini, Del Pezzo, De Filippis e Di Monda) si sono occupati della Favorita. Quanto al resto, la pratica seguì la prassi comune, culminando nel seguente decreto della Curia: <<Vista la domanda a Noi presenta dalla principessa di Santobono per l'approvazione e canonica erezione della Cappella sotto il titolo dell'Immacolata alla via detta la Favorita in Resina, vista la relazione del Rev. mo sig.re Promotore Fiscale di S. Visita dalla quale rilevasi che tutto trovasi ivi gusta le Canoniche e Sinodali Costituzioni, considerate tutte le circostanze occorrenti all'uopo per Ordinaria Facoltà e per quanto ne facciamo uso nel presente Decreto, diamo licenza all'Oratrice che nella predetta Cappella si celebri la Messa da qualunque sacerdote approvato da questa Curia Arcivescovile, da valere in adempimento del Precetto per tutti i fedeli. Similmente permettiamo le altre sacre funzioni purché annualmente se ne implori la facoltà da questa R.ma Curia dietro il Visto del Parroco locale. Vogliamo poi che prima di ogni altro si faccia la Benedizione della Cappella giusta il Rituale Romano dal R.do Pasquale di Franco coll'intelligenza del Parroco, trasmettendone, al più presto, significato a questa R.ma Curia. Concedendo tale facoltà non intentiamo derogare ai diritti Parrocchiali, e vogliamo che si serbino le prescrizioni Canoniche e Sinodali e le altre che per diritto si debbono serbare. Le presenti facoltà valgano per un triennio, nel qual tempo l'Oratrice procuri costituire la dote. Dato in Napoli dalla Segr. della Visita, il 1° agosto 1894>>. Notizie importanti della cappella si ricavano dagli Atti di S Visita del 1900. <<É dedicata all'Immacolata. Festa: l'8 dicembre. Già reale fu abolita e ridotta a locale di deposito dal Kedivè. Riaperta al culto il 5 agosto 1894, a seguito di approvazione canonica ed erezione della S. Visita di Napoli, del 1° agosto 1894. Non é consacrata, né havvi segno di consacrazione. Non vi sono annesse indulgenze. Emilia Cito è la patronessa della Cappella, tiene un corretto riserbato a sé sola con introspetto nella stessa cappella. Sulla stessa havvi appartamento abitabile. Non vi occorrono riparazioni. <<Vi è un solo altare. Detto altare è privilegiato, giusta bolla che sta nella cappella. Non vi è organo, né pulpito, né si predica. Non esistono sepolture. Vi è un piccolo confessionale in luogo aperto. Vi sono un calice e una paterna d'argento, cinque pianete, quattro camici, amitti ed altro, una possiede d'argento. La cappella non ha rendite. La messa giornaliera che vi si celebra e per legato di cappellania ubique lasciato per testamento da mons. Gregorio Caracciolo di Santobono. L'attuale cappellano è il sac. Michele Cozzolino, che riceve 53,10 lire mensili per la celebrazione della messa. Si apre dalle dieci alle dodici di ogni giorno: Si usa fare il novenario dell'Immacolata. Il cappellano è scelto dalla patrona. Ulteriori dati ci vengono forniti dagli atti di S. Visita del cardinale Ascalesi. Vi si celebrava la messa nei giorni festivi della stagione estiva per comodo dei fedeli dei dintorni. L'altare era privilegiato. L'ingresso dal corso si trovava sotto il livello stradale. Un altro ingresso si trovava all'interno della villa, Non vi era rettore. Un solo altare. C'erano una statua dell'Immacolata, due reliquiari con reliquie di diversi santi, una via Crucis, quadri di S. Pietro, S. Paolo, S Anna. S. Gennaro, S. Francesco Caracciolo, della Madonna di Pompi, dell'Addolorata, un confessionale. Per la messa, gli arredi e la manutenzione provvedeva il proprietario. Vi era una sacrestia con piccole statue e quadri. La cappella provvista di arredi sacri, due messali per la messa dei defunti, due calici d'argento con una patena, un calice di metallo con coppa d'argento e patena, una pisside di metallo con coppa dorata, un incensiere, una pianeta bianca, due pianete verdi, due rosse, due viola, due nere, un camice, quattro tovaglie d'altare, sette amitti, diversi purificatoi e campanelli.





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Cappella Passaro

 Cappella Passaro

Da una relazione del sacerdote T. M. Del Re <<La cappella ha l'ingresso nel portone a sinistra entrando. La stessa ha un bellissimo altare di marmo con grande scarabattolo a forma di cono in cui vi è un bellissimo quadro della Vergine. Vi è ancora una spaziosa sagrestia al ridosso dell'altare maggiore della Chiesa con molti comodi annessi.
Nella cappella, a mezza altezza, vi è un grande coretto sostenuto da colonne e chiuso da grate di legno a guisa di gelosie dalle monache, meno la parte nuova del coretto, che corre per tutta la lunghezza del muro destro della Cappella, e di quello di fronte dell'altare, ed è tutto sporgente nella stessa Cappella. A questo coretto si accede da una porta che esiste nel primo pianerottolo della scala principale del casamento, e non ha alcuna comunicazione di discesa nella Cappella, come pavimenti non ha comunicazione alcuna con gli appartamenti>>. 
La chiesetta è sottoposta al primo piano e copre la stessa un gran salone ed un'altra stanza.
Negli Atti di S. Visita del card. Prisco si legge che la detta cappella non era consacrata e non aveva indulgenze; che vi erano una tribuna ed un coretto di esclusivo diritto del proprietario, sin dalla fondazione. Vi erano due altari; il primo (L'altare maggiore) era dedicato all'Immacolata, il secondo dedicato all'Addolorata. L'altare maggiore aveva il ciborio fisso di marmo per la conservazione dell'eucarestia. Non vi erano sepolture. Vi era una reliquia del legno della croce.
C'erano inoltre, un confessionale (il confessore era il proprietario stesso) ed un pulpito. Si predicava il mese di maggio la novena dell'Immacolata e quella del santo Natale; inoltre, si svolgevano funzioni nella festa del SS. Nome di Gesù, nel Venerdì di Passione (<<per le tre ore di Maria Desolata>>).
La cappella era ben arredata in quanto le suppellettili, argento e oggetti preziosi che venivano custoditi da don Pasquale Passaro. Questi istituì la Pia Unione Delle figlie di Maria, canonicamente eretta il 4 agosto 1892, con sede in detta cappella.





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Cappella Signorini 

Cappella Signorini

 Villa Signorini sorge lungo l’antica via Cecere, che collegava un tempo la strada delle Calabrie con il fortino del Granatello. 

Quanto alla cappella, al tempo della S. Visita del card. Ascalesi, effettuata il 22 dicembre 1937, aveva un aspetto davvero signorile, perché, su richiesta di don Giovanni Maria Lombardi, parroco di S. Maria della Consolazione nella cui ottina essa si trova, il proprietario, nel 1934 l'aveva fatta mettere a nuovo.
Negli atti della S. Visita si legge che l'oratorio. con l'annessa proprietà, fu acquistata dal principe Brancia, <<persona di piissimi sentimenti>>, il quale chiese alla rev.ma curia il permesso di far celebrare nei giorni festivi la messa in detto oratorio, facoltà che ottenne con decreto del 28 aprile del 1890. In tale giorno esso fu benedetto dal canonico Bartolomeo Torrente.
Quando il comm. Pasquale Signorini comprò la villa, fece ripulire e restaurare l'oratorio e chiese al Vicario generale la rinnovazione della facoltà di celebrare la messa nei giorni festivi e feriali, specie nel periodo di villeggiatura. Tale facoltà fu concessa con decreto arcivescovile del 25 aprile 1911, che si conserva nell'archivio della chiesa parrocchiale. L'altare della cappella, in marmo finissimo, era di pregiato valore. Non aveva custodia e perciò non si conservava l'eucarestia. Vi era un quadro di grande valore, raffigurante S. Gaetano da Thiene. Vi erano anche due quadri del Cuore di Gesù e di Maria che il vescovo decretò di rimuovere perché in oleografia. 
Vi erano un calice e una patena, un messale, una pianeta bianca, una rossa, una viola, una nera, due camici di lino, due tovaglie per l'altare con sotto tovaglie, tre corporali, con palle, tre purificatori, tre manutergi, un paio di ampolline, un campanello.
La manutenzione degli arredi sacri <<era degna dell'uso cui erano destinati e corrispondevano al prescritto della liturgia>>. I cappellani erano il parroco Lombardi e don Tommaso Barbato. Quest'ultimo celebrava la messa anche ogni mercoledì, oltre che nei giorni festivi, per delegazione del parroco Lombardi.




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Cappella Durante

 

Cappella Durante 

Qui, nell'incanto del luogo, in mezzo alle altre gemme dell'età tardo-barocca, sorse la villa del principe di Teora, opera di Ferdinando Sanfelice. La costruzione passò poi al generale Mattia Durante, che non lesinò mezzi per renderla più sontuosa. La cappella è dedicata a San Gennaro, venne edificata dalle fondamenta da Mattia Durante, quale proprietario dell'intera casa nobile e delle sue adiacenze. Nel mese di aprile del 1829 egli fece domanda alla Curia Arcivescovile, perché si procedesse alla visita locale allo scopo di aprirvi la cappella medesima e celebrarvi la messa. Tanto si eseguì dal Tribunale di S. Visita, che, avendola riconosciuta in perfetta regola, ne dispose la santa benedizione: questa venne impartita dal parroco di S. Maria a Pugliano, don Luca Formisano, il 29 maggio dello stesso anno, come documentò un certificato rilasciato in proposito, il 9 agosto 1830, dal pro cancelliere di S. Visita. La cappella era della larghezza di palmi 26 circa, e di altezza palmi 41 circa, con un solo altare dedicato a S. Gennaro. Mancava il campanile, che per la sopraggiunta morte del fondatore non si poté costruire. La sacrestia era di forma ovale è conteneva un lavamano, un'acquasantiera e un guardaroba per custodirvi sacri paramenti (calice, coppa e patena d'argento, quattro pianete con stole e manipoli corrispondenti, due camici, altrettanti amitti e corporali, diciotto purificatoi, tre tovaglie per l'altare, un messale per la santa messa). La cappella non aveva rendita di sorta. La messa vi fu fatta celebrare dal 1829 a tutto il gennaio 1837 dal nominato fondatore e proprietario. La sorella, M. Teresa Durante, continuò poi a farvi svolgere le sacre funzioni a spese; anzi, nel corso della villeggiatura di ottobre, vi furono ben due messe quotidiane.
Il sacerdote resinese Pietro Bossa ne fu il cappellano per molti anni e, in prosieguo di tempo, ebbe anche la facoltà di amministrare il sacramento della penitenza nella cappella medesima, come del pari vi intervenne al confessionale il rev.do Michele Sacchetto, anch'egli resinese, contribuendo con sommo zelo al bene delle anime, e specialmente a pro dei vicini abitanti che avevano la comodità nella stagione invernale della santa messa. Acquistato in epoca imprecisata dal signor Giuseppe Montoro, l'oratorio rimase privo di un cappellano fisso. Nel 1883, poi il cardinale Guglielmo Sanfelice emanò un decreto, in virtù del quale restava interdetto l'altare che era nel locale in continuazione della cappella, dove si trovavano alcuni cadaveri della famiglia del patrono, potendosi celebrare sull'altare che era in chiesa. Il 22 marzo del 1900 la seconda commissione arcivescovile di Napoli, presieduta da mons. Gennaro Aspreno Galante, dopo aver proceduto alla visita della chiesa e degli oratori privati di Resina, osservava che andava interdetto un confessionale in sacrestia, rilevando altresì la necessità di mantenere più pulito il coretto della cappella, che nel frattempo era passata all'industriale Gennaro Arcucci.
Purtroppo, per quanti tentativi siano stati esperiti, non siamo riusciti a rintracciare alcuna notizia sulle vicende della chiesetta in questo nostro secolo.
Dal bollettino parrocchiale ricaviamo che il 26 ottobre e il 28 novembre di quell'anno l'arcivescovo di Napoli visitò una serie di chiese e cappelle di Resina, ma non vi è fatta alcuna menzione dell'ex cappella Durante. Forse era, addirittura, sconsacrata?
Non sappiamo dirlo, e ci limitiamo perciò a registrare il silenzio del periodico di Pugliano, al riguardo della nostra cappella. La villa è stata restaurata, ma la cappella continua a rimanere ostinatamente chiusa.
 




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                                                  Cappella De La Ville

Cappella De La Ville

Addossata al fianco sinistro della fabbrica ed accessibile dalla via pubblica sorgeva la cappella, già indicata nella mappa del duca di Noja (1775), oggi ridotta purtroppo allo stato di rudere. Tutta la villa, del resto, versa in pessime condizioni di conservazione, avendone completamente alterato la primitiva articolazione l'aggiunta successiva dell'ala a due piani al di là della cappella e la più recente distruzione dei corpi che fiancheggiavano il cortile sul lato sinistro. Come si può osservare nella famosa pianta (1775) del duca di Noja esisteva già una cappella.
Nel 1879, anno della S. Visita del cardinale Sanfelice, la cappella, riconosciuta sotto il titolo S. Maria delle Grazie, era chiusa. In seguito divenne titolare della stessa un certo signor Pepe, che nel 1883 la rivendette alla baronessa Angela Giurato. All'epoca la proprietà era costituita da un casamento con annesso fondo rustico. Faceva parte del casamento una cappella (che aveva due porte, una interna e l'altra sulla pubblica via), nella quale <<per antica consuetudine si celebrava la messa nei mesi estivi per comodo dei villeggianti. Nel 1885, incominciandosi dei lavori per ingrandire il fabbricato, si pensò por mano alla cappella che, da angusta e disadorna, fu resa spaziosa e ben decorata. I lavori terminarono nel 1900. Si presentò alla Curia di Napoli una domanda per ottenere la S. Visita e la benedizione della rinnovata cappella, ma l'ufficio della S. Visita rispose che non avrebbe concesso di riapertura se non si fossero soddisfatte determinate condizioni (fornire la stessa di una congrua dote, far celebrare la messa dei giorni festivi anche nei mesi invernali, insegnare il catechismo e assistere i moribondi). 
La baronessa Giurato avanzò allora una nuova richiesta, nella quale si dichiarava disposta a far celebrare la messa solo nei mesi estivi, dato che la via Pini d'Arena <<è abitata solo da villeggianti, quindi una messa nei mesi invernali sarebbe tanto inutile per quanto sarebbe invece di gran giovamento l'estate>>. La domanda fu accolta e, in data 29 maggio 1901, il vicario generale concesse la riapertura dell'oratorio per la celebrazione della messa nei giorni festivi dei mesi tradizionalmente consacrati alla villeggiatura.


Ritiro Correale

Ritiro Correale

Intitolato alla SS. Vergine Addolorata, fondato nel 1826 dal sacerdote resinese Giuseppe Correale ha una lunga storia di pietà e di carità.
Dagli Atti di S. Visita del Card. Prisco apprendiamo, poi, che la stanza adibita a cappella era libera da qualunque uso domestico. L'altare era addossato al muro, ed era di fabbrica con predella; più tardi esso fu rivestito di marmo. L'angusto oratorio era però corredato di quanto occorreva per il culto: vi si celebravano le due feste dell'Addolorata, quella di S. Patrizia, i Carnevaletti, tutte le funzioni della settimana santa, ed altre festività, facendo le oblazioni.
Avevano cura della chiesetta quattordici suore, che osservavano la perfetta clausura, a norma delle regole dettate dal fondatore. Il popolo aveva una devozione tutta particolare per le serafiche suorine e una sentita devozione per l'Addolorata. I nobili, da parte loro, facevano a gara per arricchire di arredi la cappella e per il mantenimento delle religiose. Resina era, allora, un fiorente centro di villeggiatura ed il ritiro Correale situato in una zona amena, non mancava di attirare quanti giungevano nella nostra cittadina alla ricerca di riposo per il corpo e di quiete per lo spirito.
Tutti insomma affollavano la chiesetta per assistere ai sacri riti, che si svolgevano con solennità: <<cui aggiungevano bellezza e misticismo i dolci canti delle suore>>. 
Negli Atti di S. Visita del Card. Ascalesi, effettuata il 1° dicembre 1937, vi è allegata una relazione nella quale si dice: << Il Ritiro di Suore Oblate Dell'Addolorata in Resina fu fondato dal sac. G. Correale per il quale egli vi adibì un fabbricato di sua proprietà sito al corso Ercolano n. 4. Il detto fabbricato è diviso in tre piani, oltre ai scantinati, costituito da circa 20 camere con la cucina, il refettorio ed altri accessori. Aveva annesso un appezzamento di terreno di circa 300 mq. Fanno parte dell'intero fabbricato, con ingresso distinto e separato dal Ritiro, un appartamento al 1° piano di quattro camere ed accessori, ed una bottega con retrobottega sul corso Ercolano n. 4.
Sia l'appartamento che i vani della bottega sono fittati, e la rendita è stata sempre devoluta dal fondatore e dai suoi eredi al mantenimento delle suore che occupano il Ritiro.  La seconda guerra mondiale portò lutti e rovine un po' dappertutto, non risparmiando nemmeno il nostro Ritiro, dove tre suore persero miseramente la vita nel feroce bombardamento aereo del 15 luglio 1943, Fortunatamente si salvarono dalla distruzione il tabernacolo e l'immagine della Vergine di Lourdes, davanti alla quale brilla costantemente una lampada alimentata dall'olio che i fedeli offrono l'11 di ogni mese.

                                                   Cappella De Bisogno 

 Cappella De Bisogno di Casaluce

Una delle prime più sontuose residenze del '700 fu quella De Bisogno di Casaluce, originari di Brescia.
Accanto all'ingresso del palazzo a tre piani, sul lato destro, si trovava una stanza che fin dal 1705 il diacono Carlo De Bisogno e i suoi fratelli progettarono di trasformare in cappella. Il palazzo si trovava distante dall'abitato, creava difficoltà a tutti i membri della famiglia nell'ascoltare la messa nei giorni festivi di precetto giacché il sito era distante dalla chiesa parrocchiale. Perciò il diacono Carlo ottenne il permesso dalla Curia Arcivescovile di Napoli, << per comodità di tutti lì suddetti, e tanto per decoro de' medesimi, e di tutti li discendenti della detta famiglia>>, provvide a costruire una cappella pubblica <<sotto il titolo et invocazione della Beatissima Vergine Regina delle Grazie, seu d'ogni bene>>.
Mosso da singolare <<pietà>>, il fondatore fornì la chiesetta <<di tutti li utensili necessari>> per il sacrificio della santa messa, come risultava da una nota fatta pervenire alla Curia dallo stesso Carlo De Bisogno: un calice con piede di rame indorato, una coppa d'argento indorata, quattro corporali con palle, sei tovaglie, quattro di tela ordinaria e due di tela fina, otto purificatoi per calice e otto <<moccaturini per carafelle>>, due camici di tela, quattro amitti di tela, tre pianete, un cuscino, sei candelieri <<con sei giarre e sei frasche intagliate, et indorate>>, una croce, una <<carta di Gloria>>,sei fraschette, sei candelieri piccoli, un paliotto dipinto in legno, una campana e un campanello, due messali, uno per la messa dei santi e l'altro per quella dei defunti.
La cappella conteneva due vani, oltre a quello situato di fronte alla strada regia, uno cioè sul lato destro, per uso di sacrestia, e l'altro a sinistra, di comunicazione con l'androne del palazzo. 
Nella chiesetta vi era un altare di legno <<pittato marmorino>>, con due gradini di marmo, sul quale troneggiava un quadro dedicato alla Vergine delle Grazie, ai cui piedi erano dipinti S. Pietro, S, Gennaro, S. Carlo Borromeo e S. Veneranda. Ai lati dell'altare e vi erano due <<ovati>> con le immagini di S. Giuseppe e S. Nicola di Bari.
Sulla destra dell'ingresso vi era una vasca di marmo per l'acqua benedetta. Nella cappella c'era un pancone grande di noce, sul quale era collocato un crocifisso di cartapesta << per le solite riverenze di rubrica>>. Sui lati vi erano due inginocchiatoi con le rispettive tabelle per la preparazione alla messa. Di fronte c'era un grande stipo di noce addossato al muro, dove si riponevano candelieri e gli altri arredi sacri.
C'era poi, un lavamano di marmo, con la sua maschera anche di marmo, e poco distante dallo stesso, il sacrario con la sua chiavetta. Nella sacrestia c'era un confessionale che, all'occorrenza, si trasportava nella cappella; vi erano sei quadri con cornici di pioppo e 24 sedie di pioppo bianco.
Dietro alla porta della sacrestia vi era la <<chiamata>> per la campana sita sul tetto del palazzo. All'uscita della stessa, sulla mano diritta, vi era il campanello col suo braccio per dare ai fedeli il segnale dell'inizio della messa.  
Poi esplose il consumismo con tutte le sue devastanti conseguenze sul nostro patrimonio artistico culturale. Nel 1977-78 furono trafugati quadri, oggetti sacri e persino un bassorilievo marmoreo addossato alla parete sinistra della chiesetta. La denuncia all'autorità giudiziaria non ottenne alcun risultato. Chiusa è sconsacrata, per anni dell'antica cappella De Bisogno è rimasto un ambiente vuoto e squallido, malinconica testimonianza di quanto può l'umana insensibilità. 

Dopo anni è stata restaurata e restituita ai riti religiosi.




Cappella Addolorata a Croce di Monti

 

Cappella Addolorata a Croce di Monti

Venne costruita nel 1946, al tempo del parroco don Enrico Coppola, con l'aiuto dei contadini della zona. Questi raccontano che nel 1880 furono ritrovate, nei pressi del luogo ove sorge la cappella, delle mattonelle maiolicate che, messe insieme, raffigurano l'immagine dell'Addolorata. Fu così costruita un'edicola, accanto alla quale sorge la cappella. Ogni anno i fedeli della contrada organizzano una festa che si teneva la prima domenica di ottobre. 
Nel periodo del terremoto, 1980, la chiesetta subì delle lesioni al tetto e alle pareti laterali. Per questo motivo ed anche perché la stessa non era più capace di contenere i fedeli che di anno in anno aumentavano nella zona, si pensò di ricostruirla. Nel 1985, il comune di Ercolano approvò il progetto di ricostruzione che fu portato a termine con il concorso di tutti gli abitanti di Croce dei Monti. 


La Cappella Arcucci

Cappella Arcucci

Cappella Arcucci dedicata alla M. Immacolata.
Oratorio eretto in Via Marittima come si rileva dal pavimento dello stesso.
Da un documento dell'Archivio Storico Diocesano risalente al 1937 così si evince: << La soffitta è divisa in scomparti decorativi classici con imitazione a stucco. Al centro di ogni scomparto vi è un'immagine effigiata. Sul fronte centrale si osserva il monogramma della Madonna poggiante sul globo. Al centro della soffitta vi è poi il quadro della pesca miracolosa, con decorazione classica, mentre le pareti sono a fondo verde chiaro con zoccolatura ad olio.
L'altare è di stucco imitato a marmo. Sormonta l'altare una bellissima tela del Settecento raffigurante la SS. Vergine incoronata dalla SS. Trinità, cui fanno corona due bei puttini aventi tra le mani rispettivamente un simbolo che si addice alla Madonna. La tela è incorniciata da una bella decorazione di stucco, stile Settecento, a forma di tempietto>>. La cappella era attigua ad una importante fabbrica di cuoiami. Il 26 ottobre del 1937 il cardinale Alessio Ascalesi fece visita alla cappella. Dagli atti relativi a questa circostanza sappiamo che l'oratorio era << frequentatissimo dal popolo del rione >>, il cappellano di allora don Cataldo.


 

Chiesa SS. Salvatore di via Panoramica 


Chiesa SS. Salvatore di via Panoramica

Il tempio fu fondato con decreto del cardinale Ursi il 15 maggio 1970. Alla fine di quel mese il sacerdote don Clemente Donnarumma poté così annunciare, ai fedeli riuniti nella cappella Strigari, la nascita di una nuova comunità in via Panoramica. 
La parrocchia però esisteva solo sulla carta; di concreto c'era solo la volontà del cardinale di donare una chiesa al nuovo quartiere. 
Il cammino per arrivare all'attuale tempio non fu facile: don Clemente cominciò a lavorare nella cappella Strigari, spostandosi la domenica presso le suore del SS. Sacramento che con molta cordialità accoglievano i fedeli della sorgente nuova parrocchia.
Il giovane parroco, dedicando tutte le sue energie all'iniziativa della costruzione del sacro edificio, riuscì nell'arco di sette anni a portare a compimento la sua fatica, che si può considerare come un'importante opera sociale, considerando le possibilità che offre sia per gli spazi sia per l'architettura,
La nuova chiesa è dotata di opere d'arte notevoli: un crocifisso, una statua della Vergine, una Via Crucis, un tabernacolo in bronzo, un pannello battesimale, quadri liturgici e vetrate policrome. Ed ecco come lo stesso don Clemente traccia la storia della nuova parrocchia: <<Subito dopo l'inaugurazione di via Panoramica, si sono succedute negli anni Settanta più riunioni per la costruzione di una chiesa parrocchiale in via Panoramica. Quando nel 1970, in febbraio, il cardinale Corrado Ursi fece la sua prima visita pastorale al popolo di Dio che è in Ercolano, mons. Matrone si decise a "staccare un'altra fetta" della gloriosa chiesa di Pugliano e sua Eminenza, nei colloqui ai singoli sacerdoti presso l'istituto "Gemma dell'Aquila" disse al giovane don Clemente Donnarumma di lasciare gli studi e di fondare una comunità parrocchiale in via Panoramica come "parroco volante" ossia itinerante, come si dice oggi, senza tempio (momentaneamente), avendo come appoggio la cappella Strigari e l'oasi del SS. Sacramento. A febbraio si ebbe la decisione, e il 30/05/70 si ebbe il decreto arcivescovile.
Con questo documento il parroco si presentò a due persone verso le quali la comunità parrocchiale non sarà mai abbastanza grata: la M. Letizia Zagari, fondatrice delle Figlie di N. S. dell'Eucarestia e la signora Michela Strigari, le quali hanno sempre offerto tutta la loro disponibilità dal primo momento. La prima, mettendo a disposizione per sette anni (ossia fino alla costruzione del sottochiesa"), gratuitamente, la cappella per la messa delle dieci e delle dodici, nonché le aule per il catechismo e sempre per tante suore come appoggio, la signora Strigari, invece per lo stessi periodo a messo a disposizione la cappella... e soprattutto l'impegno per la costruzione della chiesa nuova, mettendo a disposizione il suolo.

 







Cappella Penna

Indicata nella pianta del Duca di Noja (1775) come <<Casino del Renna>>, questo grosso edificio ubicato in via Marittima (oggi via Consiglio) apparteneva in realtà a Giuseppe Gennaro Penna, facoltoso commerciante napoletano, come risulta dagli Atti di S. Visita all'annessa cappella del 22 maggio 1760. In tale contesto, così com'era consuetudine in quei tempi, non poteva mancare una cappella. La pratica, finalizzata alla costruzione e all'apertura al pubblico della stessa, si apre dunque con la consueta petizione rivolta al vicario generale della diocesi: << D. Giuseppe, Gennaro Perna supplicando espone a V. S. III. ma, come possedendo una Masseria di Moggia sette con casa palazzata si ritrova in una notabile distanza dalla propria Parrocchia, riesce perciò di grave incomodo così ad esso supplicante e sua famiglia, come i con vicini abitanti l'udir la Messa nei giorni festivi particolarmente, e massimamente negli giorni piovosi, che perciò ha risoluto esso supplicante, mosso da singolare pietà, di volere erigere e fondare nella detta Masseria una pubblica Cappella sotto il titolo di SS. Trinità, ed Immacolata Concezione, con assegnarle per titolo di dote annui ducati ventitré e grana 60, cioè annui ducati sette per utensili ed ogni altro bisognevole, che potrà occorrere a detta Cappella. Supplica perciò V. S. III.ma a concederle per tale effetto la benigna licenza, e l'avrà a grazia>>. All'istanza del Penna era allegata la seguente dichiarazione di Don Carmine D'Auria, parroco di S. M. a Pugliano: <<Mi contento io sottoscritto parroco di S. M. a Pugliano di questa villa di Resina, che dal signore Giuseppe Gennaro Penna si faccia una Cappella Rurale nella sua Masseria sita nelle pertinenze di questa stessa villa di Resina, cioè alle Marittime; se così piaccia a Mons. III.mo Vicario Generale, 10 marzo 1760 >>. 





Parrocchia S. Maria di Loreto

Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana

 DECRETO LUOGOTENENZIALE  8 febbraio 1946, n. 146  

Riconoscimento, agli effetti civili, della erezione della parrocchia di Santa Maria di Loreto, nel comune di Resina (Napoli). GU Serie Generale n. 84 del 10-04-1946) 



 N. 1460. Decreto Luogotenenziale 8 febbraio 1946, col quale, sulla
  proposta del Ministro per l'interno, viene riconosciuto, agli
  effetti  civili, il decreto del Cardinale Arcivescovo di Napoli, in
  data 10 aprile 1942, relativo alla erezione della parrocchia di
  Santa Maria di Loreto, nel comune di Resina (Napoli).

Visto, il Guardasigilli: TOGLIATTI
  Registrato alla Corte dei conti, addi' 29 marzo 1946. 









Bibliografie di riferimento

   Carotenuto M., Ercolano attraverso i secoli 
  "         " Da Resina ad Ercolano 
 Gaudio M., Ercolano e il Vesuvio            
       Irlanda A., noi, oratoriani di Resina Volume 1°
Parisi C., Chiese e Cappelle di Ercolano